«Adesso bisogna pensare ai vivi». Il Premio Micheletti e il senso profondo del curare

«Adesso bisogna pensare ai vivi». Il Premio Micheletti e il senso profondo del curare

Luglio 16, 2026 Uncategorized 0

Il 15 luglio, nella Sala della Regina di Montecitorio, ho ricevuto il Premio “Geppino Micheletti”, giunto alla seconda edizione, insieme ad altri 31 medici e operatori sanitari di tutte le regioni italiane. È un riconoscimento che mi onora, ma che soprattutto mi obbliga: perché porta il nome di un uomo la cui storia dovrebbe essere patrimonio di ogni medico, e che invece per decenni è rimasta confinata nella memoria degli esuli istriani.

Chi era Geppino Micheletti

Pola, domenica 18 agosto 1946. La spiaggia di Vergarolla è gremita di famiglie per le gare di nuoto della Coppa Scarioni. Alle 14:15, ventotto mine antisbarco accatastate sull’arenile — ufficialmente disinnescate — esplodono simultaneamente. Muoiono oltre cento persone, un terzo bambini. È il primo e più sanguinoso attentato della storia della Repubblica: le indagini storiche lo attribuiscono a un atto doloso, con ogni probabilità dei servizi jugoslavi, per accelerare l’esodo degli italiani dall’Istria.

Geppino Micheletti, chirurgo dell’ospedale Santorio Santorio, corre in ospedale prima ancora delle ambulanze. Il primario è in ferie: tocca a lui organizzare il triage e operare i feriti più gravi. È mentre lavora che gli portano la notizia: sulla spiaggia c’erano i suoi due figli, Carlo e Renzo, suo fratello, sua cognata. Nessuno si è salvato. Micheletti ha un malore, crolla. Poi si rialza, respinge chi vuole allontanarlo dal tavolo operatorio e pronuncia la frase che lo ha consegnato alla storia della medicina: «Adesso bisogna pensare ai vivi». Opererà ininterrottamente per quasi due giorni, salvando decine di vite. Solo a notte fonda scenderà sulla spiaggia a cercare i resti dei suoi bambini. Di Renzo troverà una scarpetta, che porterà nella tasca del camice per il resto della sua carriera.

La parte meno nota: Narni

Nel ricevere la targa avrei dovuto solo ringraziare. Ho invece voluto ricordare la parte meno conosciuta della vita di Micheletti, quella che riguarda da vicino la mia terra. Perché dopo l’esodo — fu tra gli ultimi a lasciare Pola, il 31 marzo 1947 — Micheletti divenne profugo proprio in Umbria: primario chirurgo all’Ospedale degli Infermi di Narni, dove lavorò fino alla morte, nel 1961, a soli 56 anni.

A Narni curava gratuitamente, e di nascosto per non umiliare le famiglie povere, i bambini del territorio. Quando una piccola paziente con setticemia rischiava di morire perché l’ospedale era sprovvisto di penicillina, mandò a Roma il proprio autista a comprarla di tasca propria. Abitava accanto all’ospedale: se di notte vedeva accendersi una luce in corsia, si rivestiva e scendeva, senza aspettare la chiamata. E continuò a operare anche quando la radiodermite — conseguenza degli anni passati a ridurre fratture a mani nude sotto i raggi X, per garantire ai pazienti il miglior risultato — gli costò l’amputazione di diverse dita. Andò in Francia a farsi applicare delle protesi e tornò in sala operatoria.

Con il direttore amministrativo dell’ASL abbiamo cercato il suo dossier negli archivi di Narni: purtroppo, nei decenni, è andato perduto. Sarebbe stato un documento storico eccezionale. Ma la memoria di quest’uomo, a Narni, è ancora viva nelle famiglie che ha curato.

Ecco il punto che ho voluto sottolineare a Montecitorio: Micheletti non è un eroe perché gli hanno ucciso i figli. È un eroe per come, in tutta la vita, ha concretizzato nella missione di medico l’alto valore civile che portava in sé.L’eroismo di quelle 48 ore a Pola è la punta emersa di quindici anni silenziosi di dedizione quotidiana in un ospedale di provincia.

Curare anche quando non si può guarire

Lucia Bellaspiga, nel bell’articolo che Avvenire ha dedicato alla cerimonia, ha colto il filo che lega le storie dei premiati: medici che curano anche chi non può guarire. È il cuore del mio lavoro di neurologo e fisiatra. Mi occupo di quelli che qualcuno considera i “dimenticati” della medicina: le persone che sopravvivono a un ictus, a una grave cerebrolesione, che convivono con la SLA o la sclerosi multipla. Persone che non “guariranno” nel senso tradizionale del termine, ma la cui vita vale esattamente quanto quella dei sani, e va ricostruita pezzo per pezzo.

La riabilitazione è esattamente questo: la medicina che non si arrende quando la guarigione non è possibile. Ho visto persone etichettate come “stati vegetativi” tornare a comunicare, a dire “io ci sono, esisto, vi sento”. Come ha detto splendidamente Federica Pozzi, palliativista premiata con me: esistono confini geografici e confini biografici, e ci sono équipe intere — medici, infermieri, OSS, psicologi — che credono fino in fondo che si possa curare anche laddove non si può guarire.

La cura nell’epoca degli algoritmi

C’è un’ultima riflessione che sento doverosa, da parte di chi, come me, lavora ogni giorno per portare l’intelligenza artificiale nella sanità. L’AI ci darà strumenti straordinari: diagnosi più precoci, percorsi personalizzati, tempo sottratto alla burocrazia e restituito ai pazienti. Ma la storia di Micheletti ci ricorda ciò che nessun algoritmo potrà replicare: la scelta di esserci. La decisione, umanissima e insieme sovrumana, di rialzarsi e pensare ai vivi.

In epoca di algoritmi, di medicina difensiva, di atto medico sempre più giuridicizzato, la cura deve restare prima di tutto una relazione umana. La tecnologia può e deve potenziare questa relazione, senza mai sostituirla. È il motivo per cui questo premio non è un esercizio di memoria, ma — come ha detto il suo promotore, l’onorevole Andrea Mascaretti — un impegno verso il futuro.

Il prossimo 18 agosto, a Pola, nell’80° anniversario della strage, verrà inaugurato, accanto al duomo, un cippo che per la prima volta elenca, una per una, le 64 vittime riconosciute di Vergarolla. Le autorità croate si uniranno alla memoria degli esuli e degli italiani rimasti. Ottant’anni dopo, la frase di quel chirurgo che aveva appena perso tutto continua a indicarci la strada: adesso bisogna pensare ai vivi.

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